Recover - 2015 

Questo volume raccoglie 30 anni di opere già pubblicate nei volumi: “Berlino Anovantagradi” – 1990; “Le voci di Ampandratokana” – 1991; “Passanti” – 1993; “Istantaneo” – 2001; “Riflessi Incondizionati” – 2003; “Incerto Movimento” – 2007; “Nonritorno” – 2014;


Ritrovavo nelle immagini che scattavo quasi automaticamente, quei modi gentili già visti nelle opere di Robert Doisneau e Willy Ronis, ero morbosamente attratto dal cogliere, rubare, quasi strappare via, frammenti di vita dei miei soggetti. Era un po' come se entrando in un contatto fisico, intimo col soggetto ne potessi rubare l'anima e la forza che non mi appartenevano.

Così ogni momento diventava un relazione una storia, quell'istante magicamente scolpito sulla celluloide dalla luce, non restava più un tratto bidimensionale ma faceva parte di me, per sempre.

Da autori come Sebastiao Salgado o Gianni Bordengo Gardin ho appreso il valore documentale ed evocativo dell'espressione fotografica, altri come Donal Moleney o Helmut Newton's mi hanno trasmesso la forma e la tecnica di questa comunicazione. Le loro influenze sono state determinati per avvicinarmi a quello che risiedeva dentro di me; ma è dal cinema che è arrivato lo stimolo verso la maturazione artistica e la consapevolezza definitiva.

“Der Himmel über Berlin” dell''87 di Wim Wenders fu per me un'esperienza sconvolgente, “La Double Vie de Véronique” dell''91 di Krzysztof Kieślowski, e poi la scoperta di autori come Pedro Almodóvar e François Ozon.

Compresi dai loro lavori che la mia fotografia poteva essere davvero narrativa, lo scatto era solo l'epilogo, la sintesi, la provocazione per estrarre un racconto, un vissuto, un modo per dilatare il tempo e renderci immortali.

Infine l'incontro con quello che per me è il sublime lavoro di Anders Petersen e Jürgen Baldiga, il vero genio, l'accompagnamento verso un nuovo punto di vista; l'esperienza visiva inedita, ciò che riesce a spostare la mente, ad aprirla verso una nuova interpretazione possibile. L'archetipo che riesce a rendere percepibile e tangibile la nova “visione”, la modellazione di un pensiero sconosciuto, attraente ed inevitabile, un trasporto tra sensazioni oniriche ed oblio.

 Nonritorno - 2014 

Il pensiero ricorrente, ossessivo, intangibile risuona nelle flessioni umorali del fotografo, la sua visione alimenta una percezione condivisa, ma astratta, della realtà.

Una provocazione che nasce da lontano, remota e nascosta nell'intimità; quando fra la pressione di un'identità soffocata, avvolta da una socialità secolare, impenetrabile, il fotografo esplode in una visione interiore proiettata eternamente attraverso un linguaggio elementare e impenetrabile al tempo stesso.

Usa parole più autorevoli delle sue, Luca Grasselli, di autori a lui congeniali, per accompagnare melodicamente l'assolo di un'immagine sradicata del suo significato riportata ad una consapevolezza nuova, ossessiva, straziante, quasi delirante.

Rabbia e dolcezza appartengono contemporaneamente all'intimità dell'autore, e in questa opera si esprimono in tutta la loro estensione, esponendoci ad impulsi visivi inconsueti e sconosciuti.

Fin dai primi anni di esplorazione, fra il dominio del soggetto e la prevaricazione di una vista sempre più offuscata, si ridefinisce un nuovo valore percettivo: come storie vissute dietro un'infinita serie di vetri appannati, bagnati, graffiati, le luci scolpiscono nuovi episodi che l'autore si affretta a raccontare attraverso una chiave interpretativa che ripercorre istantaneamente tutto il suo tragitto evolutivo.

In ogni sua immagine è possibile riconoscere: la rabbia, in una continua provocazione sfrontata e irriverente; la malinconia, verso un passato ancora evidente ma distante; la passione, in una forte esposizione epidermica verso le alterazioni; e ancora la sensibilità, rivelante ogni sfumatura sentimentale come unica forma possibile di espiazione.

Così come il poeta sperimenta la melodia nella contesa amorosa, Luca Grasselli invade il perimetro dei propri soggetti, non è più un'esterna osservazione infantile, la sua, ma diventa l'arrogante presunzione di determinare le circostanze del fato fotografico.

La scena osservata con ingenua curiosità, nei lavori precedenti, in «nonritorno» è prevaricata e ricondotta alla sua originale essenza onirica ma pur sempre multi-dimensionale.

Eccolo, quindi, apparire nell'ombra fra gli alberi, nell'ateismo scioccato dei riti e dalle stregonerie religiose, dietro il letto straziato dell'amante fuggito.

Il documento dissolto fra memoria e visione è irrimediabilmente contaminato dal suo stesso autore, forse non indenne da un desiderio immortale, mascherato e nascosto da un radicato nichilismo.

L'espressione metafisica si spinge fino a negare la realtà o ad esserne respinto?

Una malattia, l'abbandono, il rimpianto e la vita che sfugge irrimediabilmente, nulla e legato ad un significato, e le fotografie, gli scatti di Luca Grasselli ce lo ricordano con violenza, irrispettosi e provocatori; ma pur sempre indelebili prove, dimostrazioni, del limite umano nella visione extracorporea. 

Certo ancora gioca con le straordinarie combinazioni della luce, con le geometrie intriganti e rinnovate tra riflessi, linee e plasticità della figura umana.

E, ancora, scivola di tanto in tanto nella tenerezza di uno sguardo appassionato verso quei gesti semplici e umili che ama mettere in evidenza.

Spesso il suo sguardo salta, come la puntina su un vecchio disco, tra la visione curiosa ed infantile e quella matura, ponderata, quasi spietata.

Ma della sua lucida, sofferta ricerca di bellezza, non rimane che la consapevolezza, rimarcata, verso il punto di «nonritorno».

 Incerto Movimento - 2007 

Come un romanziere che, in una manciata di parole, ci presenta le ansie, le emozioni e le brame del suo protagonista, tenendoci incollati alle pagine del libro, così la pellicola di Luca Grasselli si srotola a poco a poco, rivelandoci, ad ogni scatto, un intero mondo, una melodia personale declinata sulle note della gioia e della malinconia, del sogno e della cruda realtà.

Una fotografia fatta di istanti colti al volo e di emozioni carpite con pudore e sensibilità, frutto di una tecnica metabolizzata negli anni ed ora asservita al proprio modo di posare gli occhi sull’uomo, scavandone impercettibilmente l’anima.

Tanti volti, tante storie, tanti incontri, che si compongono in un romanzo affascinante, in cui non esistono prologo ed epilogo, ma una moltitudine di incipit diversi, che ci portano a fantasticare sul seguito dell’avventura.

Come nel romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino, le tante trame lasciate in sospeso si riallacciano in un unico discorso, allo stesso modo tutta la ricerca di Luca Grasselli ruota attorno all’intimità della figura umana, in cui ogni scatto coglie una diversa sfaccettatura. L’incontro commuovente di due mani, tre comari che parlano dei figli, una signora anziana che cammina mano nella mano con il compagno di una vita: istanti di amicizia e gentilezza che si contrappongono ai momenti in cui la solitudine è sovrana e divora una donna, abbandonata al tavolino di un caffè.

Se spesso l’uomo è soggetto diretto dello scatto, altre volte vive nelle tracce che lascia di sé: i panni stesi alle finestre di un palazzo, le pietre di un muro lentamente corroso dal tempo o il calice vuoto abbandonato in un angolo.

Una giostra di riflessi che l’artista arresta in alcune istantanee "rubate", in cui si intrecciano le trame illusorie della realtà, come nel caso di una bambina sognante e speranzosa che vede sparire d’incanto la sua sedia a rotelle.

Un continuo gioco di casualità che si esprime attraverso riverberi inaspettati e geometrie desuete e, piano piano, si coglie in immagini sfocate ed oniriche. I contorni diventano frastagliati, i contrasti cromatici si attenuano e i corpi di due amanti si stringono in un abbraccio universale, in cui ciò che importa non è il soggetto, ma il calore del sentimento.

Una fotografia evocativa ed emozionale, fatta di momenti impercettibili e morbidi fiati di luce, in cui l’artista ci dona tutta la sua affettività.

 Riflessi Incondizionati - 2003 

Eccoci dunque al ritorno editoriale dopo l'ultimo "viaggio fotografico" di Luca Grasselli. Si chiama "Riflessi incondizionati- come quelli che sfuggono alla presa del fotografo intento a "cogliere l'attimo": gli sfuggono però consapevolmente e gli restituiscono un'immagine ancora più ricercata ed al contempo naturale. 

Riflessi sì (e come tali dipendenti da un "organismo", "predeterminati per così dire) ma anche incondizionati, o, con un'altra parola, "liberi". E' insomma l'eterna questione del "doppio", della contraddizione", dello "specchio" ma oserei dire soprattutto dell' "armonia degli opposti". Mi sembra questa l'attuale condizione di ricerca fotografica del nostro autore. Una condizione che è mutata rispetto alle prime esperienze, alla partenza più frammentaria ma alla fine più unitaria. 

I "fotografici" in cui oggi scorre il Grasselli autore sono più casuali, si lasciano cioè trasportare maggiormente, per confluire poi nell’alveo di uno stesso fiume espressivo. Le immagini si imprimono nel corso del viaggio quasi involontariamente, passo dopo passo ed al ritorno tratteggiano un reportage più fedele di quello che si è vissuto. Si ricompongono, come i pezzi di un vetro rotto. 

Rubo a questo punto una frase ad una delle didascalie del libro e la dedico al nostro: "...Più tu non sarai il capitano e questa volta ti porteremo lontano".

E veniamo alla parola-chiave di questo volume: specchio? Vetrate e vetrine, interni e portoni, ricorrono spesso in questo diario di bordo tra la Toscana e Napoli, tra Bologna e Nizza, tra Amsterdam, Madrid e Parigi. 

Luca si sofferma (non si ferma: gli interessano le relazioni dei viaggiatori non l'itinerario), carpisce un momento, meglio un 'frammento" e fotografando situazioni e gente estranea, è come se si guardasse "attraverso i vetri", ricostruendo il tracciato di un'esistenza. 

Le "impressioni" (in tutti i sensi) del viaggio, che sembrano sparpagliate, si sviluppano al ritorno in un'unica direzione dando un senso compiuto al percorso. Uomini ai campanelli, donne al balcone, amanti in strada, amici al ristorante, bambini e lavoratori, suore e passanti, gente che attende, persone che si incontrano, scorci e manifesti ai muri, indaffarati e perdigiorno, mani che si toccano, sguardi che (non) si incrociano: tutto concorre a rendere questi "riflessi incondizionati" una vera e propria esperienza artistica ed una dimensione esistenziale. Esagerazione? Gli stessi autori delle didascalie, una decina tra compagni di viaggio o solo buoni conoscenti dell'autore, ne ricavano (anche in questo caso) mille "impressioni". La foto per Luca Grasselli è un po' come un figlio che esce di casa: una volta "scattata " non sai dove vada o dove ti possa portare. 

Nel suo "Gioco a nascondere", Lucio Piccolo scriveva: "Se noi siamo figure / di specchio che un soffio conduce / senza spessore né suono /pure il mondo d'intorno / non è fermo ma scorrente parete / dipinta, ingannevole gioco, / equivoco d'ombre e barbagli, / di forme che chiamano e / negano un senso".

 Istantaneo - 2001 

Le immagini di Luca Grasselli sono appunti di viaggio visivi, non come le vedute paesaggistiche ottocentesche del Grand Tour o le panoramiche che i fratelli Alinari ci hanno tramandato ma bensì un diario di sensazioni personali che traggono spunto dalla visione umana. 

Non riconosciamo neppure gli istanti Bressoniani alla ricerca, dell'attimo decisivo, le foto di Luca ci mostrano invece un momento di transito tra un prima e un dopo che l'autore si inventa e fa suo. Luca imposta un dialogo a distanza con i suoi soggetti, non vuole invadere e forse si appropria un poco della vita altrui per compensare e completare la propria. 

Lo sguardo dell'autore é quasi innocente, non da fotografo navigato, ma bensì da innamorato della fotografia, non vi sono fotografie con inquadrature pulite e bilanciate tipiche del fotoamatorialismo degli anni 70, fatte di divisioni per terzi, diagonali e zone auree, ma visioni istintive di una poetica spontanea, non immagini urlate ma sussurrate, colte non con gli occhi e la mente ma con gli occhi e il cuore.

 Passanti - 1993 

Il movimento dei "PASSANTI" è come il movimento delle nuvole, 

irripetibile e incerto al tempo stesso, una passione onirica che accompagna i ricordi dei momenti più rari.

E’ il vento a plasmarlo e a renderlo imprevedibile, è la luce ad animarne i colori. Le nuvole sono fatte d’anima, le nuvole sono della stessa sostanza delle immagini.

Immagini cariche di occasioni al di la del tempo e dello spazio, immagini di nostalgia senza vergogna, immagini inconsapevoli di segni e movimenti che diventano emozioni.

Il desiderio di raccontare può non coincidere con la medesima corrispondenza emotiva. L’immagine non appartiene alla contemporaneità della sua visione, è solo una porta di accesso, una replica emotiva, un riepilogo statico. 

L’attimo domina sull’originalità espressiva. L’esperienza creativa sovrasta il trasporto emotivo istantaneo. Una contraddizione inspiegabile, travolgente, esaltante.

Un movimento lento e progressivo che trascende dalla percezione razionale per abbandonarsi ad un rilievo sentimentale. 

Un movimento rapido e invasivo, uno shock accompagnato da sconcerto improvviso, violento, sconosciuto.

Un movimento incerto, insicuro che non trova altro orientamento se non l’emergere stesso della luce nello scontro tra individualismo e circostanza.

Quando le nuvole si fermano allora il cielo diventa grigio. Puoi cadere. Può apparire reale, ma di qualunque cosa si tratti è già passata.

 Le voci di Ampandratokana- 1991 

Volando verso il Madagascar, si ha come l'impressione di entrare in un'altra dimensione; la sensazione sì fa più forte nel primo impatto con la realtà e assume le sembianze di un sogno e di un incubo al tempo stesso. Veniamo richiamati bruscamente dalle sollecitazione del fondo stradale e dalle urla dei bambini alla vista dei vazaha (stranieri). Tutto stupisce, e già nelle prime immagini della strada che dall'aeroporto porta nella capitale, sono visibile i contrasti tra le ricercate e coloratissime insegne pubblicitarie ed il resto del paesaggio disordinato, l'originale disposizione dei colori, che la natura ha voluto esprimere con tinte pastello e dominanti rosso verde completa il quadro assieme alla gente, che ovunque cerca di valorizzare una vita dura e misera alla quale ogni descrizione non sembra rendere giustizia. Le strade sconnesse sono ricoperte interamente da bancarelle e ognuno cerca di vendere quello che ha, nel difficile mestiere di arrangiarsi. L'abilità del taxista che spegne il motore in discesa per risparmiare carburante assume quasi il sapore di un'arte; anche i bambini sono maestri di quest'arte e riescono a divertirsi e a giocare qui come in ogni altra parte del mondo, basta una corda, un cerchio, o qualsiasi oggetto che rassomigli ad una palla, per strappare loro un sorriso e il divertimento assicurato. Anche il tempo sembra avere qui una dimensione diversa; e perfino il sole gioca nei contrasti fra le case del centro e la dignitosa confusione delle baracche di periferia. Nonostante l'apparente quiete anche a chi non è venuto a cercarlo può capitare il "gusto esotico" dell'avventura. Basta cimentarsi sulle strade durante un temporale o esplorare il mercato di Analakely; ed ecco che pezzi di vita comune diventano parte integrante di tutta la cultura Malgascia. Nelle contraddizioni della città anche il di-scorso del presidente Ratziraka trova spazio, le elezioni si avvicinano e in un abile e suggestivo Kabary, il futuro appare migliore ma il taxista non ci crede più. Ancora colpisce la religiosità, quella di strada, per la profonda e sincera fede con cui viene vissuta. La sera cala e incalzano i canti per il festeggiamento di una giovane coppia di sposi, la festa continua tutta la notte e solo con l'arrivo delle prime luci dell’'alba lentamente si placa, mentre i primi contadini popolano le risaie e anche il nostro treno si muove verso est, verso Tamatave.

 Berlino Anovantagradi - 1990 

Berlino anovantagradi, nasce sull’onda emotiva del crollo del muro di Berlino nel novembre ’89, in seguito alla notizia quattro fotografi partirono per Berlino e assaporarono l’emozione di un evento che ancora oggi commuove chiunque l’abbia vissuto. Io ero uno di loro!


Da Wikipedia, l'enciclopedia libera:

Il Muro di Berlino (in tedesco: Berliner Mauer, nella propaganda della DDR chiamato antifaschistischer Schutzwall, "Barriera di protezione antifascista") era un sistema di fortificazioni fatto costruire dal governo della Germania est per impedire la libera circolazione delle persone tra Berlino Ovest (de facto parte della Repubblica federale) e il territorio della Germania est.

Tra Berlino Ovest e Berlino Est la frontiera era fortificata da due muri paralleli di cemento armato, separati da una cosiddetta "striscia della morte" larga alcune decine di metri.

Il muro divise in due la città di Berlino per 28 anni, dal 13 agosto del 1961 fino al 9 novembre 1989, giorno in cui il governo tedesco-orientale decretò l'apertura delle frontiere con la repubblica federale. Già l'Ungheria aveva aperto le proprie frontiere con l'Austria il 23 agosto 1989, dando così la possibilità di espatriare in occidente ai tedeschi dall'Est che in quel momento si trovavano in vacanza in altri paesi dell'Europa orientale.

Durante questi anni, in accordo con i dati ufficiali, furono uccise dalla polizia di frontiera della DDR almeno 133 persone mentre cercavano di superare il muro verso Berlino Ovest.

Alcuni studiosi sostengono che furono più di 200 le persone uccise mentre cercavano di raggiungere Berlino Ovest o catturate ed in seguito assassinate.

Il 9 novembre 1989, dopo diverse settimane di disordini pubblici, il Governo della Germania Est annunciò che le visite in Germania e Berlino Ovest sarebbero state permesse; dopo

questo annuncio una moltitudine di cittadini dell'Est si arrampicò sul muro e lo superò, per raggiungere gli abitanti della Germania Ovest dall'altro lato in un'atmosfera festosa.

La caduta del muro di Berlino aprì la strada per la riunificazione tedesca che fu formalmente conclusa il 3 ottobre 1990.

Il Muro di Berlino è considerato il simbolo della Cortina di ferro, linea di confine europea tra la zona d'influenza statunitense e quella sovietica durante la guerra fredda.

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